Un intervento per il pene curvo può avere rischi ed effetti collaterali, ma non sono gli stessi in tutti i pazienti: dipendono soprattutto dal tipo di curvatura e dalla tecnica chirurgica necessaria.
Nella curvatura congenita il principale effetto collaterale della corporoplastica è l’accorciamento del pene; quando invece alla curvatura acquisita si associa una disfunzione erettile che richiede una protesi, entrano in gioco anche il rischio di infezione e quello di malfunzionamento dell’impianto. Dolore, gonfiore ed ematoma sono invece possibili conseguenze post-operatorie comuni e generalmente gestibili.
Indice

Punti chiave
I rischi dell’operazione per il pene curvo cambiano a seconda che si tratti di una curvatura congenita o acquisita e in base alla tecnica utilizzata.
Nella corporoplastica secondo Nesbit l’accorciamento non è tanto una complicanza imprevista quanto un effetto collaterale connaturato al modo in cui viene raddrizzato il pene.
Nei casi in cui sia necessario anche un impianto di protesi peniena, i rischi specifici più importanti sono l’infezione e il malfunzionamento meccanico dell’impianto.
Quali rischi comporta l’intervento per il pene curvo?
Quando un paziente chiede quali siano i rischi di un intervento per il pene curvo, la prima cosa da chiarire è di quale curvatura stiamo parlando.
Il pene curvo può infatti essere congenito, quindi presente fin dallo sviluppo, oppure acquisito, come accade tipicamente nella malattia di La Peyronie. Questa distinzione è fondamentale perché cambia il tipo di intervento e, di conseguenza, cambiano anche rischi ed effetti collaterali.
Le linee guida europee confermano che la scelta della chirurgia deve tenere conto, tra gli altri elementi, della lunghezza del pene, della gravità e delle caratteristiche della curvatura, della funzione erettile e delle aspettative del paziente.
Nelle forme congenite che richiedono una correzione chirurgica, nel nostro centro ricorriamo nella grande maggioranza dei casi — circa il 99% secondo la nostra esperienza — alla corporoplastica secondo Nesbit, perché rappresenta una tecnica efficace, stabile e affidabile per correggere la curvatura.

LETTURA CONSIGLIATA – Per approfondire specificamente la procedura è possibile consultare la voce Androteam sulla corporoplastica. Qui ci interessa invece soprattutto capire quali conseguenze può avere l’intervento.
Accorciamento del pene dopo la corporoplastica: è un rischio?
Per capire perché il pene possa risultare più corto dopo una corporoplastica bisogna comprendere, anche in modo molto semplice, come funziona la correzione.
Se immaginiamo un pene curvo, il lato concavo è quello più corto, mentre il lato convesso è quello più lungo. Con la tecnica di Nesbit interveniamo sul lato lungo, accorciandolo fino a portarlo sostanzialmente alla stessa lunghezza del lato corto. La correzione viene quindi stabilizzata chirurgicamente mediante sutura e rimozione del tessuto in eccesso.
È evidente che, se il principio dell’intervento consiste nell’accorciare il lato più lungo, una certa perdita di lunghezza è connaturata alla tecnica stessa. Non si tratta quindi propriamente di un incidente chirurgico, ma di un effetto collaterale prevedibile della corporoplastica.
Come stima orientativa, nella pratica clinica possiamo considerare una perdita nell’ordine di circa un centimetro ogni 30 gradi di curvatura, anche se il risultato varia necessariamente da un paziente all’altro e dipende dalla situazione di partenza.
Visivamente questo può tradursi, a seconda del grado iniziale di curvatura, in una riduzione di uno, due o, nelle curvature più importanti, anche tre centimetri.
Questo dato va però contestualizzato. Nei pazienti con pene curvo congenito osserviamo frequentemente una lunghezza di partenza superiore alla media, legata proprio allo sviluppo asimmetrico dei corpi cavernosi. Un recente studio caso-controllo ha effettivamente riscontrato dimensioni peniene mediamente maggiori negli uomini con curvatura congenita rispetto a controlli comparabili.
In sostanza, quindi, correggere un pene curvo congenito non significa normalmente trasformarlo in un pene corto. Significa però che il paziente deve sapere prima dell’intervento che una riduzione della lunghezza visibile è possibile e, in una certa misura, insita nel meccanismo stesso della correzione.
NOTA – Anche le EAU Guidelines identificano l’accorciamento come l’esito avverso più frequentemente riportato nelle tecniche che correggono la curvatura accorciando il lato convesso.
Dolore, gonfiore ed ematoma dopo l’intervento
Ci sono poi rischi ed effetti post-operatori molto meno specifici, comuni a diversi interventi chirurgici sul pene.
I principali sono:
- dolore post-operatorio;
- edema, cioè gonfiore del pene;
- ematoma.
Generalmente questi fenomeni caratterizzano soprattutto la prima fase della convalescenza e, nella nostra esperienza, tendono a risolversi nell’arco di circa 15-20 giorni.
Vengono gestiti con le normali misure post-operatorie indicate dal chirurgo: antidolorifici, riposo, utilizzo del ghiaccio e, quando previsto dal protocollo clinico, terapia antibiotica.
Sono quindi conseguenze che il paziente deve conoscere, ma che nella maggior parte dei casi fanno parte della normale gestione della fase immediatamente successiva all’operazione.
La sensibilità del glande può cambiare?
Un problema più specifico può presentarsi soprattutto quando dobbiamo correggere deformità importanti e complesse.
In alcuni di questi interventi è necessario mobilizzare il fascio neurovascolare dorsale del pene, cioè la struttura che decorre immediatamente sopra la tunica albuginea e che comprende anche elementi nervosi responsabili della sensibilità.
Quando dobbiamo eseguire incisioni sulla tunica albuginea può quindi essere necessario distaccare temporaneamente questa guaina neurovascolare. Il microtrauma chirurgico legato alla manovra può determinare una riduzione temporanea della sensibilità, avvertita in particolare a livello del glande.
NOTA – Le linee guida europee descrivono questo fenomeno come una possibile neuropraxia temporanea dovuta alla manipolazione dei nervi sensitivi dorsali e confermano che il rischio è soprattutto associato alle procedure che richiedono la mobilizzazione del fascio neurovascolare.
Nella pratica clinica, l’alterazione può essere presente nei primi due, tre o quattro mesi dopo l’intervento. Di regola è transitoria e la sensibilità viene progressivamente recuperata nell’arco dei mesi successivi.
Questo andamento trova riscontro anche negli studi dedicati alle procedure ricostruttive più complesse: le alterazioni della sensibilità tendono a diminuire nettamente con il passare del tempo e la persistenza a lungo termine è molto meno frequente.
Rischi della protesi peniena nei casi di curvatura acquisita
Il discorso diventa differente quando parliamo di curvatura acquisita, in particolare nel contesto della malattia di La Peyronie.
Quando arriviamo a considerare la chirurgia significa generalmente che la deformità è tale da compromettere in maniera importante l’attività sessuale. Le linee guida EAU raccomandano infatti di ricorrere alla chirurgia nella malattia di La Peyronie quando la malattia è stabile e la deformità compromette i rapporti sessuali.
Ci possono essere sostanzialmente due problemi: una curvatura particolarmente grave oppure una funzione erettile non più adeguata.
Quando alla curvatura si associa una disfunzione erettile che non risponde adeguatamente alle terapie convenzionali, può essere necessario ricorrere all’impianto di una protesi peniena, eventualmente associato alle manovre necessarie per ottenere il raddrizzamento. È anche l’indicazione riportata dalle attuali linee guida europee.
A questo punto ai rischi dell’operazione di raddrizzamento si aggiungono quelli specifici dell’impianto protesico.
Malfunzionamento meccanico della protesi
Una protesi peniena è un dispositivo meccanico e, come tale, può andare incontro nel tempo a un malfunzionamento o a una rottura: a seconda del tipo di impianto, una stima orientativa è nell’ordine del 5% di malfunzionamenti meccanici a dieci anni.
Quando si verifica una rottura meccanica significativa, può rendersi necessario un nuovo intervento per sostituire la protesi.
Questa percentuale non deve però essere interpretata come un valore universale valido per qualunque protesi e qualunque paziente. Gli studi internazionali riportano infatti risultati differenti in funzione del modello utilizzato, dell’epoca di produzione, della popolazione analizzata e soprattutto di ciò che viene considerato “failure” o necessità di revisione.
Infezione della protesi
L’altro rischio importante è quello infettivo.
Con i moderni impianti, molti dei quali dotati di rivestimenti sviluppati anche per limitare la colonizzazione batterica, il rischio nelle procedure primarie può essere contenuto. La stima è di circa l’1%, cioè approssimativamente un caso ogni cento impianti, ma il dato varia in base al tipo di protesi e alle sue caratteristiche.
NOTA – La letteratura sulle protesi contemporanee riporta tassi infettivi bassi nei primi impianti e nei pazienti a basso rischio, generalmente nell’ordine dell’1-2%, mentre il rischio può essere differente nei pazienti più complessi e negli interventi di revisione.
Quando una protesi si infetta, il problema non può essere considerato come una normale infezione superficiale: può rendersi necessario rimuovere l’impianto e procedere alla successiva gestione o sostituzione protesica secondo la situazione clinica, una volta controllato il processo infettivo.
Come valutare rischi e benefici prima dell’intervento?
Non esiste quindi un unico elenco di rischi valido per qualunque operazione di raddrizzamento del pene.
Nella corporoplastica secondo Nesbit, ad esempio, l’accorciamento è più propriamente un effetto collaterale connaturato alla metodica. In un intervento associato a protesi diventano invece centrali anche il rischio infettivo e quello di malfunzionamento dell’impianto. Nelle correzioni più complesse può inoltre comparire una temporanea alterazione della sensibilità del glande.
A questi si aggiungono i rischi operatori più comuni: dolore, gonfiore ed ematoma.
Il punto fondamentale è quindi valutare insieme al paziente il rapporto tra rischi e benefici dell’intervento più adatto alla sua specifica curvatura.
È quella che possiamo definire una chirurgia “tailorizzata”, cioè sartoriale: non dobbiamo scegliere semplicemente un intervento per “il pene curvo”, ma costruire la soluzione chirurgica sulle caratteristiche del singolo paziente.
Prima di operare bisogna quindi valutare da dove partiamo: tipo e grado di curvatura, lunghezza del pene, presenza di eventuali deformità complesse, qualità dell’erezione e aspettative del paziente. Sono gli stessi elementi che le linee guida internazionali considerano fondamentali nella scelta della strategia chirurgica.
Solo a quel punto è possibile discutere in maniera concreta quali problemi potrebbero insorgere: alcuni dipendono dalla tecnica utilizzata, altri dipendono invece proprio dalla situazione anatomica e funzionale di partenza del singolo paziente.
Domande frequenti
L’intervento per il pene curvo può dare problemi?
Sì, ma i possibili problemi dipendono dal tipo di curvatura e dall’intervento eseguito. Possono comprendere accorciamento del pene, dolore, gonfiore, ematoma, alterazioni temporanee della sensibilità e, quando viene impiantata una protesi, infezione o malfunzionamento del dispositivo.
Quanto si accorcia il pene dopo l’intervento?
Nella corporoplastica secondo Nesbit l’accorciamento è legato al principio stesso della tecnica, che porta il lato più lungo alla lunghezza di quello più corto. Come riferimento clinico orientativo si può considerare circa 1 cm ogni 30° di curvatura, ma il risultato varia in base all’anatomia e alla curvatura di partenza.
Quanto dura la convalescenza dopo l’operazione per il pene curvo?
Dolore, edema ed eventuale ematoma caratterizzano soprattutto la fase iniziale e, nella nostra esperienza, tendono generalmente a ridursi nell’arco di circa 15-20 giorni. I tempi complessivi di recupero dipendono però dalla procedura eseguita e dalle condizioni del singolo paziente.
Si può perdere la sensibilità del glande dopo l’intervento?
Nelle procedure più complesse può verificarsi una riduzione della sensibilità, soprattutto quando è necessario mobilizzare il fascio neurovascolare dorsale. Nella maggior parte dei casi si tratta di un’alterazione transitoria che tende a recuperare progressivamente nei mesi successivi.
Autore

Dr Massimiliano Timpano
Urologo e AndrologoSpecialista in Urologia e perfezionato in Andrologia e Medicina della Riproduzione con il conseguimento di Master universitari di II livello presso l’Università degli Studi di Torino.
Approfondimenti e articoli scientifici:
- European Association of Urology (EAU) — Sexual and Reproductive Health Guidelines 2026, Penile Curvature. Linee guida internazionali aggiornate su indicazioni, scelta della tecnica chirurgica e possibili complicanze. EAU Guidelines – Penile Curvature
- Manfredi C. et al. — Congenital Penile Curvature Is Associated With Larger Penile Dimensions: A Matched Case-Control Study. Andrology, 2026. Studio sulle caratteristiche dimensionali del pene nei pazienti con curvatura congenita. PubMed
- Chierigo F. et al. — An update on long-term outcomes of penile prostheses for the treatment of erectile dysfunction. Expert Opinion on Drug Safety, 2019. Revisione dei risultati a lungo termine e delle complicanze delle protesi peniene. PubMed
